sabato, 07 novembre 2009

Racconto scritto di getto, una mezza schifezza.

Dio se ero nervoso. La settimana universitaria, la gente e questa cazzo di città mi avevano ormai spinto al limite umano di sopportazione. Stanco di questo grigio, di quest'aria pesante, di queste urla e di queste facce torve, scolpite dalla sofferenza. Qualcuno davanti a me parla e si agita, gesticola indicando una direzione; dovrei sapere chi è, eppure per qualche attimo mi sento bloccato, la vista è sfocata, come se fossi uscito dal mio corpo per andare a prendermi un caffè all'angolo. Ok, ora tutto è normale, per quanto questa parola possa ancora avere senso. Lo riconosco, identifico quel volto paffuto nel quale i minuscoli occhi affondano: è quel cazzone di Salvo, un mio "amico".
<Ehi? Pronto? Si può sapere cosa cazzo fai? Sono 5 minuti che stai lì impalato, il fottuto semaforo è verde, muoviti, ci aspettano!> - urla Salvo.
Io tentenno, forse nemmeno ci penso, e rispondo nella maniera più fredda possibile:
<Senti...Salvo....io non vengo.>
<Come sarebbe a dire non vieni? Ma se erano settimane che non facevi altro che parlare di come ti saresti divertito stasera, tutto il tempo a parlare di canne, alcol, fighe....e poi, con quello che ti è successo, ne hai bisogno, no?>
Quei salsicciotti gesticolanti che Salvo aveva al posto delle dita tentavano di ipnotizzarmi, ma dovevo resistere, anche se nemmeno io sapevo il perchè.
<Ho detto non vengo, sono stanco di questa merda, ok?>
<Eddai non farti pregare, ho anche invitato una mia amica, una di quelle che piacciono a te...> - mi dice ammiccando - <...ci siamo capiti no?>
<Cosa cazzo ne sai tu di me? Di cosa mi piace? Chiudiamola qui guarda, o mi incazzo.>
<Ok, ok. Ho afferrato, fai pure come vuoi, passa il tuo sabato sera da solo come un cane, ma non credere che ti difenderò ancora quando gli altri diranno le solite frasi su di te.>
<Cosa? Frasi su di me? Che tipo di frasi?>
<Beh sai le solite tipo "Quel poveraccio anche stasera non si fa vedere?" oppure "Povero, chissà che problemi ha, sfigato".>
<Stronzate, dicano quel che vogliano; per me sono meno di zero, possono passare il resto della loro vita a stordirsi il cervello, io ho chiuso, è chiaro?>
<Fai come vuoi, ma non ti aspettare altri favori da me, vorrà dire che quella gnocca stasera sarà mia, me la godrò alla faccia tua.>
<Vai, vai, che è meglio, vai pure a goderti la scrofa che ti meriti...>
Salvo si avvicinò di scatto, quasi a volermi dare un pugno, ma senza che io me ne rendessi conto mi ero già voltato per camminare lontano da quella palla umana. Avevo reagito così male, eppure non mi aveva fatto niente; c'era qualcosa che mi tormentava. Qualcosa oltre ai soliti tormenti che questa città mi dava in continuazione, ovviamente. Pensavo a lei, ecco. Ogni singolo giorno da quando mi ha mollato non faccio altro che tormentarmi pensando a cosa avrei potuto fare per mettere a posto la situazione, immaginavo scenari, possibilità, universi alternativi e paralleli nei quali non facevo errori ed ero un perfetto compagno di vita.
Ormai ero fuori da quella vita, e senza di lei avevo perduto ogni ancora con la realtà delle cose, ammesso che io ne abbia mai avuta una, sia di ancora che di realtà.
Non mi sentivo pronto a niente, e l'idea del rapporto con un'altra persona era la cosa più tremenda che potessi immaginare in quel momento; eppure, c'era quella parte solitaria e masochista di me stesso che non voleva rimanere sola come anni prima, e spingeva per farmi tuffare in qualche nuova situazione. L'altra parte di me, quella ferita, rifuggeva questo intento e tentava strenuamente di costringermi alla solitudine ed al controllo.
Le opportunità e le scelte, in momenti di troppa libertà e poca chiarezza mentale, sono una tremenda prigione senza sbarre; ed io ero nel braccio della morte di quella prigione, inesorabilmente destinato ad una iniezione letale di vita, nel bene e nel male.
Ero ormai disperato, ed era chiaro a chiunque mi guardasse negli occhi per più di qualche secondo.
Lo vedevi tu, ragazza della metropolitana coi capelli rossi e i vestiti un pò trasandati, si tu, parlo proprio con te, un pò bassina ma col volto sveglio e due occhi di fuoco; con te sarei stato bene per un pò, poi le nostre divergenze sarebbero divenute un problema, e mi avresti lasciato per andartene con uno meno noioso, che "si va a fare i viaggi nelle capitali europee, sa divertirsi davvero, lui".
E lo vedevi anche tu, ragazza dell'università, con quel sorriso da bambina che ti illumina il volto e la voce allegra, con quel tuo essere, dal vestiario ai capelli, esotica, un pò araba un pò indiana, con quegli sguardi a metà tra il serio e lo spensierato, sopra quel tuo collo armonioso. Con te sarebbe finita peggio, ci saremmo amati intensamente, e a lungo; un giorno però ti saresti svegliata, stanca del mio cinismo, stanca della mia paura di vivere, e avresti preso la tua strada verso il tuo sogno, nel deserto, innamorata di qualche touareg.
E anche tu, ragazza per strada, tu vedevi, vedevi il dolore nei miei occhi, e con te il problema non si presentava, nemmeno mi avresti sfiorato con un dito, ma chi, un derelitto così, manco gli avresti rivolto la parola.
Dietro questi pensieri, il nulla.
Un mondo costruito su mia misura, persone e cose sulle quali pretendo di avere un qualche controllo, pur essendo men che una briciola nelle loro vite. In questo gioco in cui inganno me stesso, vinco e perdo allo stesso tempo, così da non darmi mai pace.
Voglio stare solo.
Non voglio più stare solo.
Voglio darmi.
Non voglio sacrificarmi.
Quando quel treno di sensazioni passa e mi scompiglia i capelli ci capisco ancora meno, e, anche riflettendoci, arrivo alla seguente semplice conclusione: non so cosa voglio.
Ho paura.
E' sabato notte e la lite con Salvo è lontana ore e ore, lo immagino in qualche casa a trastullarsi con qualche sciaquetta, la sua risata suina mi sovviene per un attimo e ne rimango infastidito; è sabato notte e sono solo per strada, ho camminato senza meta e ora sono lontano da casa, non so dove. La città mi sembra un gigantesco blocco di cemento e anime che vaga su un oceano di rifiuti, non trovo punti di riferimento.
Improvvisamente.
Sono a casa, sul mio letto, e leggo un libro che ho lasciato in sospeso da troppo tempo.
"L'idiota" di Dostoevskij.
| postato da: Darko26 alle ore 17:19 | link | commenti |